Montecalvario: le memorie divise di Capitan Pastene a Visioni dal Mondo

Montecalvario NonSoloFilm.it

A prima vista, Capitan Pastene (frazione di terra che dà il titolo internazionale al documentario Montecalvario) potrebbe sembrare un frammento d’Italia rimasto incastonato nel territorio cileno. Le feste popolari, le parate e le tradizioni tramandate di generazione in generazione continuano infatti a ricordare l’arrivo, all’inizio del Novecento, di un gruppo di emigranti provenienti soprattutto dal Modenese.

Più di un secolo dopo, i loro discendenti conservano ancora un legame profondo con quelle origini, trasformate nel tempo nel fondamento identitario dell’intera comunità. È proprio da questa rappresentazione apparentemente compatta che prende le mosse Montecalvario – come anticipato conosciuto a livello internazionale con il titolo Capitan Pastene – documentario diretto da Daniele Stocchi e presentato a Milano il 19 settembre 2026 nel Concorso Italiano Lungometraggi di Visioni dal Mondo. Il regista sceglie però di andare oltre la celebrazione dell’impresa dei coloni, interrogando ciò che quel racconto ha finito per oscurare.

Sotto l’immagine di una comunità tenuta insieme dall’orgoglio, dal lavoro e dal ricordo degli antenati, il film rintraccia infatti una storia meno pacificata, nella quale l’eredità dell’emigrazione italiana si intreccia con quella delle popolazioni che abitavano quelle terre prima del suo arrivo.

Due memorie per una stessa terra

Montecalvario (Capitan Pastene) NonSoloFilm.it

Il punto di rottura passa soprattutto attraverso José, agricoltore Mapuche ed ex operaio dell’industria forestale. La sua presenza permette al documentario di osservare Capitan Pastene da una prospettiva diversa rispetto a quella custodita dalle celebrazioni ufficiali: non più soltanto come il risultato del coraggio e dei sacrifici degli emigranti, ma anche come un territorio modificato da un’idea di sviluppo che ha prodotto conseguenze profonde sulle persone e sull’ambiente. Il corpo stesso di José diventa la testimonianza concreta di quelle trasformazioni e di una modernizzazione che, insieme alle proprie promesse, ha portato con sé nuove forme di esclusione. Montecalvario lavora allora sulla distanza tra due memorie che condividono lo stesso spazio senza riuscire davvero a riconoscersi: quella dei discendenti italiani, fondata sul riscatto e sulla costruzione di una nuova casa, e quella dei Mapuche, segnata dalla progressiva perdita della propria centralità all’interno di quella stessa terra. Stocchi non si limita a ricostruire gli eventi, ma cerca le loro conseguenze nei gesti quotidiani, nelle parole esitanti, negli ambienti domestici e nei volti dei protagonisti. Le feste e i paesaggi smettono così di essere un semplice sfondo folkloristico e diventano parte di un presente attraversato da contraddizioni mai del tutto risolte. In questo dialogo imperfetto tra appartenenze diverse, la confessione di José assume il valore di una presa di parola necessaria, capace di incrinare una versione della storia rimasta per troppo tempo dominante.

Montecalvario nel cinema del reale di Visioni dal Mondo

La presentazione del film si è inserita nella dodicesima edizione di Visioni dal Mondo, il Festival Internazionale del Documentario svoltosi a Milano dal 16 al 20 settembre 2026. Fondato e prodotto da Francesco Bizzarri, con la direzione artistica di Maurizio Nichetti, il festival dedica la propria programmazione al cinema del reale, riunendo opere italiane e internazionali capaci di leggere il presente attraverso prospettive, linguaggi e sensibilità differenti.

Proiezioni e anteprime sono state accompagnate da incontri, dibattiti e masterclass, mentre Visioni Incontra, la sezione Industry della manifestazione, ha offerto uno spazio di confronto dedicato ai professionisti e allo sviluppo di nuovi progetti documentari. In questo contesto, Montecalvario ha trovato una collocazione naturale proprio per la capacità di partire dalla storia di una comunità circoscritta e trasformarla in una riflessione più ampia sul rapporto tra identità, memoria e territorio. Prodotto da Limbo Film, Waterclock, Piroetta e Cupido Film, il documentario ha una durata di 55 minuti, la fotografia di Giuseppe Chessa e Luca Arseni e il montaggio di Daniela Mancinelli.

Per Daniele Stocchi, vincitore del Globo d’Oro nel 2017 con Stai Sereno e già autore di lavori dedicati alle migrazioni come The Sea Betrayed Me e In seconda linea, il film rappresenta un nuovo passaggio di un percorso interessato alle persone lasciate fuori dalle narrazioni più immediate. Perché ricordare non significa soltanto conservare il passato: significa anche decidere quali voci possano trovare posto nel presente.

Recensione

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