Rider: recensione del film di Roan Johnson e Davide Pavanello

Rider recensione nonsolofilm.it

Una volta c’erano i musicarelli. C’erano Al Bano e Romina, Gianni Morandi, Nino D’Angelo. Ci sono i musical che hanno fatto innamorare i pubblici di tutto il mondo. Oggi Roan Johnson e Davide Pavanello fanno qualcosa di più. Portano al cinema un’opera che unisce ancora film e musica ma in una maniera completamente nuova e originale, Rider, dall’8 ottobre 2026 in sala, selezionato come film di chiusura della 41^ Settimana Internazionale della Critica – sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) – nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, un interessante racconto che usa due linguaggi differenti ma che hanno sempre dialogato, cinema e musica. Il dialogo è presente ancor prima del progetto, Johnson è sceneggiatore e regista, Pavanello è musicista-producer, e continua anche nella storia stessa: immagini in musica, musica per immagini, ma in un senso contemporaneo, innovativo.

Rider racconta di Sami (Lorenzo Aloi), rider di periferia che a Capodanno consegna del sushi in una villa di lusso e viene invitato a fermarsi alla festa, lì incontra Nia (Kaze), che studia design. Nell’arco di due giorni, a causa di quella notte, si ritrova a dover rispondere di una decisione presa d’istinto.

Rider: un racconto di un ragazzo di periferia

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Rider, che per ammissione dello stesso Johnson è una liberissima interpretazione di Delitto e Castigo, mescola il racconto visivo con melodie, testi, rap e anche pop. Si tratta di un film al servizio di un album al servizio di una storia e questo perché Johnson, padre di I primi della lista, Piuma e Fino a qui tutto bene, unisce il proprio sguardo cinematografico all’esperienza di Pavanello, in arte Dade, storico bassista dei Linea 77 e tra i producer più influenti della scena musicale italiana contemporanea, qui alla sua prima regia – vincitore del David di Donatello 2025 per le musiche per Gloria!.

Sami è un rider, abita la notte, una Milano tra Gotham City e la Los Angeles distopica, vive assieme ai suoi amici le panchine della periferia milanese – una Milano fredda e grigia -, alla ricerca di un buon ordine che lo “metta a posto”, anche se per poco. Succede proprio quella notte, a Capodanno, sembra un sogno e in parte lo è, conosce Nia con cui nasce immediatamente una forte sintonia, come nascono le storie tra ragazzi. Si vedono, si capiscono e si riconoscono. Eppure, si potrebbe dire le Parche invidiose, intrecciano i fili imbrogliando il protagonista, succede qualcosa e, mentre quel nuovo amore muove i primi passi, accade un evento particolare e lui non sarà più lo stesso.

Sami entra in quel mondo da “straniero”, lui rappresenta la condizione lavorativa dei rider, in contrasto evidente con la Milano ricca dell’alta borghesia. Quei 100 € di mancia sembrano essere il passaporto per un ipotetico cambio di marcia, un cambio di vita. Ad aiutarlo a pensare in grande c’è Nia (Kaze), l’incontro con lei gli dà l’opportunità di varcare il confine fra i due mondi, ma forse è chiaro, non è possibile sognare in entrambi i luoghi. Nia può permettersi di pensare in grande, Sami no (la madre lavora come donna delle pulizie, mentre il padre, interpretato da Claudio Santamaria, sta scontando gli arresti domiciliari). Nia sogna di diventare interior designer, mentre per Sami è perfino difficile pensare a cose del genere perché i problemi per lui sono tanti e altri.

Fin dal titolo c’è un riferimento importante che fa capire tanto di come si sia modificata la società e la cultura: rider è anche “cavaliere” che, nella nostra lingua, come spiega Johnson nelle note di regia, è qualcosa di grandioso, mentre questo rider è un umile lavoratore, spesso umiliato, mal pagato, trattato da ultimo. Sami è invisibile, lo è per tutti, quando arriva a destinazione sembra quasi non esistere, galleggiare nella folla, ma è anche un individuo che guarda, come Pinocchio nel paese dei Balocchi, quel mondo. Entra nelle loro case, osserva le loro vite, è chiaramente spaesato in questo mondo e anche un po’ invidioso di ciò che altri possiedono, ma Sami è un buono, un ragazzo dagli occhi grandi e dal sorriso sincero, pronto a salvare gli altri a qualunque costo. Proprio queste caratteristiche gli fanno incontrare Nia, altrettanto piena di buoni sentimenti anche se facente parte di un “altro mondo”.

Musica in versi, versi in musica. La storia di Sami e di tutta una generazione

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Rider è un film poetico, drammatico e adrenalinico, interessante prima di tutto per l’idea, un’idea con cui gli autori vogliono stupire subito, infatti il film si apre con dei ragazzi che cantano. Pensiamo di essere dentro un videoclip, sembra quasi un cortocircuito, bastano pochi minuti e si comprende il gioco. Johnson sognava, come ammette lui stesso, di realizzare un album narrativo che raccontasse una storia attraverso le canzoni, usando musica rap che si alimenta proprio dei dialoghi in modo che tutto si colleghi, una traccia all’altra, una parola ad un’altra e con l’aiuto di Pavanello riesce a fare proprio questo. La musica è parte integrante del testo narrativo, i personaggi parlano e poi si mettono a rappare, cantare, è una sorta di voice over che si fa mezzo per comprendere meglio ciò che pensano, ciò che sognano. Il rap non è l’unico genere del film ma è forse quello che meglio racconta il film stesso, che meglio lo rappresenta: il suo mix di parole in musica e parola “parlata” è perfetto perché un linguaggio scivola alla perfezione nell’altro e viceversa.

Ciascun personaggio attraverso i testi delle canzoni fa emergere emozioni, sentimenti, dubbi, turbamenti provati. Sami non dice mai a parole certe cose invece, i testi delle canzoni che ci consegna sì, e lo spettatore va più nel profondo. Non succede però solo al protagonista, i suoi amici, la stessa Nia, usano la musica e le canzoni per esprimere tutto ciò che hanno dentro e la regia segue questo modificando il suo stile. È interessante sottolineare che praticamente tutti gli attori e le attrici sono anche cantanti, ci sono anche camei di Levante e Margherita Vicario.

La parabola di Sami

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Johnson e Pavanello portano sullo schermo la parabola del protagonista che diventa una vera e propria riflessione sulla precarietà in cui vivono i giovani, rappresentati in questo caso dal rider e dai suoi amici, accompagnata dalle metafore dei testi cantati. Sami e i suoi amici sono il ritratto di una generazione che rincorre e si rincorre che è costretta a fare i conti con la rigidità delle classi sociali, con le porte sbattute in faccia e le storture di un mondo che non mira ad aiutarli bensì a prendersi gioco delle loro ingenuità.

È interessante sottolineare come Sami si muove per la città sul suo “destriero”, è immobile però dal punto di vista sociale, perché come si è già detto è impossibile per lui pensare di scalare la piramide sociale. A sostenere tutto questo ci sono le canzoni. Musica e dialoghi entrano l’uno nell’altro, le canzoni proseguono il discorso dei personaggi, mentre le rime diventano discorsi.

Rider: un interessante film di genere, innovativo che gioca con la musica e le immagini

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Rider è un film di genere coinvolgente, un ibrido che funziona. Affascina perché è qualcosa di diverso e inedito nel nostro cinema, come dice Johnson, hanno realizzato un album che racconta una storia e un film che accompagna l’album. La storia di Sami è un bel racconto che va oltre unendo i vari linguaggi.

Recensione

Regia—4
Sceneggiatura—4
Fotografia—3,5
Recitazione—4
Sonoro—4,5
Emozione—4
Media finale
4/5
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