Due premi Oscar, cinque Golden Globes, una stella sulla Hollywood Walk of Fame, una Coppa Volpi a Venezia, il Prix per la miglior interpretazione femminile a Cannes, 10 David, l’Orso d’oro e il Leone d’oro alla carriera. Sono queste solo alcune delle coordinate per disegnare una diva senza tempo, Sophia Loren, una vera icona dal fascino inarrivabile, che trascende qualsiasi dato anagrafico o scansione temporale. Ci sono nomi che appartengono alla cronaca e nomi che si fanno mito: Sophia Loren, nata il 20 settembre 1934, è un mito. Loren non ha semplicemente attraversato il cinema, lo ha abitato, plasmandolo con un’eleganza popolare e una regalità istintiva che il tempo non è riuscito a scalfire. A distanza di decenni dal suo primo ciak, la sua figura non appartiene al passato, ma a un presente continuo in cui la bellezza si fa icona e la leggenda resta viva. Grazie ad una personalità propria e ad un talento fuori scala, coltivato con passione e costanza, Loren è unica ed inimitabile.
Sophia Loren: la povertà, il ritorno a Roma e Miss Italia
Quello di Loren è un viaggio lungo, un percorso costruito mattone dopo mattone, sembra quasi una favola. Quando nel 1962 vince il premio Oscar, i cinegiornali la descrivono come “una ragazzina che faceva la fame a Pozzuoli” e da questo si evince il dualismo dell’attrice in cui convivono sempre la ragazza “del popolo” e la diva, espressione del cliché della Cenerentola. Questo però non è un cliché, è la storia vera di una donna che con tenacia, talento, brama di arrivare, ha costruito la sua carriera. C’era una volta Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, una bambina umile nata a Roma e cresciuta a Pozzuoli, sotto le bombe del secondo conflitto mondiale, che, dopo tante peripezie e persone conosciute, donne raccontate, è arrivata ad Hollywood, amata, ammirata in tutto il mondo, icona del cinema e della cultura italiana.
“A Pozzuoli, durante la guerra, mi rifugiavo nei cinema. E lì m’immergevo dentro quei bellissimi film di Hollywood, sognavo davanti a quelle grandi star”
Loren cresce nella più cupa povertà e nella fame – i compagni la chiamano Sofia Stuzzicadenti, tanto è magra e leggera, e la prendono in giro perché non ha il papà – con un unico obiettivo: scappare dalle bombe che piovono impetuose su Napoli (la scheggia di un proiettile le colpisce il mento, lasciandole una cicatrice) e sulle città vicine. La madre la porta a vedere i film di Greta Garbo, il suo mito, e in questo modo fa nascere nella figlia la sete di cinema, sete che avrebbe segnato tutta la sua vita adulta. Più tardi tornano a Roma e nel 1950 la giovanissima Loren partecipa a Miss Italia, vince la fascia di Miss Eleganza, il mondo si accorge di lei, dei suoi occhi vividi, della sua camminata inconfondibile.
Incontra il produttore e poi, molti anni dopo, marito, Carlo Ponti, quella ragazzina diventa prima Sofia Lazzaro e poi Sophia Loren. Il suo primo set, nel 1953, è Due notti con Cleopatra insieme ad Alberto Sordi. Questo film trasforma Sofia Loren in una vera e propria dea, una donna sensuale, di grande trasporto erotico, che sa ammaliare. Non è un caso quindi che l’immaginario costruito intorno a lei all’inizio sia questo, una donna conturbante, che scuote le vene degli spettatori; sarà poi lei a riempire, dare sostanza all’album dei suoi personaggi. Da questo momento in poi i ruoli che le vengono proposti letteralmente si moltiplicano e Sofia ottiene il successo desiderato.
Sophia Loren: il corpo monumento in grado di raccontare l’Italia e le italiane

La sua camminata fiera, lo sguardo affilato, il modo viscerale di occupare l’inquadratura sono espressione delle donne del Sud che dovevano farsi spazio con le unghie e con i denti per stare al mondo; le tabaccaie, le pizzaiole, le mogli, le madri che lei ha incontrato da bambina, sono nel suo dna. Il suo stesso corpo imponente, florido, orgogliosamente reale irrompe sul grande schermo sfidando i canoni eterei e rarefatti del divismo borghese dell’epoca. È un corpo-territorio che parla la lingua della terra e della sopravvivenza.
“De Sica mi ha cambiato la vita”
Loren lo sa, lo dice con forza. Sono stati fondamentali i ruoli nei film di Vittorio De Sica per la sua carriera, donne forti, madri, mogli che non fanno passi indietro anche quando la vita sembra abbatterle. Loren dà corpo e anima a tutte loro con coraggio, donandosi senza remore, il regista l’ha aiutata a compiere un percorso di maturazione espressiva, passando dalla commedia al dramma. Nel 1954 Vittorio De Sica la sceglie per la parte di Sofia in L’oro di Napoli. Sofia straripa di napoletanità, è una pizzaiola che con la sua bancarella vive i vicoli della città. Il suo corpo è catalizzatore di sguardi che non solo si cibano della pizza da lei impastata ma anche del suo corpo e lei lo sa, conosce perfettamente il potere che possiede.
“Con L’oro di Napoli Vittorio mi ha dato la possibilità di essere me stessa a 18 anni, di essere una ragazza napoletana a Napoli. È stata la mia più grande fortuna: quando il film uscì, esplosi per davvero. Potevo aspirare a parti migliori, iniziavo a venire riconosciuta per strada”
“Copriti, copriti” le dice Rosario il marito nel momento in cui si accorge che un avventore guarda la scollatura “muliebre” e lei, con il suo classico verso, un suono quasi onomatopeico che racchiude tutta la sua filosofia di vita, continua a lavorare e a farsi ammirare.
Con La ciociara (1960) avviene la consacrazione definitiva: De Sica le affida il ruolo di Cesira, una madre che tenta disperatamente di proteggere la figlia dagli orrori della guerra. In quell’urlo sordo e straziante dopo la violenza subita nella chiesa sconsacrata, Loren non recita la tragedia, la soffia fuori dal petto, trasformando il dolore privato in un lamento universale. L’interpretazione le ha regalato il premio Oscar (Ricorda così come ha saputo della vittoria: era notte, squilla il telefono e all’altro capo del telefono Cary Grant: “Sophia! Hai vinto Sophia!”. L’attrice inizia a saltare sul letto per la gioia). Con Ieri, oggi e domani (1963), il regista sfrutta la straordinaria intesa dell’attrice con Marcello Mastroianni, mettendone in luce la duttilissima versatilità: lei interpreta la contrabbandiera di sigarette Adelina a Napoli, la snob borghese Anna a Milano e la squillo Mara a Roma, protagonista del celeberrimo e mai eguagliato spogliarello, entrato di diritto nell’immaginario collettivo. Matrimonio all’italiana (1964) – che le vale la vittoria del David di Donatello come miglior attrice protagonista – segna il punto d’arrivo di questa trilogia ideale: la sua Filumena Marturano è un monumento di dignità ferita, una donna che rivendica il diritto di essere di fronte a un mondo maschile incapace di capirla.
Sophia Loren: l’amore con Carlo Ponti

Carlo Ponti e Sophia Loren si incontrano nel 1950. L’uomo resta colpito, solo dopo molto tempo i due possono avere una relazione, vista anche la grande differenza d’età: lei ha 16 anni, lui 38. Non solo una relazione tra i due sarebbe scandalosa ma soprattutto illegale perché lei minorenne e lui un uomo, gli anni passano e ha inizio un rapporto amoroso che poi durerà per tutta – e anche oltre – la vita.
Il divorzio in Italia è ancora illegale. Ponti è sposato con Giuliana Fiastri, dalla quale non può separarsi legalmente. Per riuscire a sposare Sophia, nel 1957 organizza un matrimonio per procura in Messico. In Italia scoppia uno scandalo, vengono accusati addirittura di bigamia e Loren rischia il carcere. I giornali li distruggono. I due fuggono, vivono tra Francia e Stati Uniti, lontano dai riflettori italiani. Per anni il loro matrimonio non viene riconosciuto, devono attendere il 1965, Ponti riesce a ottenere la cittadinanza francese, divorzia legalmente dalla moglie e nel 1966 sposa finalmente Sophia Loren con un matrimonio valido anche in Italia.
Ponti è anche l’uomo che capisce quanto c’è in lei. Dietro la tenuta nel tempo del mito Loren si colloca inevitabilmente anche il sodalizio con Ponti, amore della sua vita e figura chiave nella gestione della sua carriera. Il loro è stato un sentimento viscerale e indissolubile, capace di sfidare gli ostacoli burocratici, i pregiudizi sociali e le leggi dell’epoca pur di affermarsi. In un’industria cinematografica capillarmente maschilista e incline a reificare le attrici, il loro legame professionale — sviluppatosi a partire dai primi passi di Sofia Scicolone nel cinema — si è trasformato in un’alleanza strategica e in una complicità durata tutta la vita. Più che cedere alle logiche oppressive degli studios hollywoodiani, intenti a omologare gli attori secondo formule predefinite, Loren individua in Ponti un partner produttivo capace di assecondare la sua volontà di preservare un’identità autentica e radicata. È all’interno di questo confronto dialettico che matura la scelta decisiva di collaborare con Vittorio De Sica, un passaggio fondamentale per canalizzare la carica drammatica e la forza popolare dell’attrice verso il grande cinema d’autore. Lontano dalle dinamiche del pigmalione e della debuttante, il contributo di Ponti si concretizza nel garantire a Loren uno scudo contrattuale e contabile contro le ingerenze dell’industria. Questa solida intesa produttiva ha permesso all’attrice di muoversi tra Roma e Los Angeles in piena libertà di scelta, esercitando sul proprio lavoro un controllo e un’autonomia rarissimi per le star dell’epoca.
La bellezza come maschera comica

Un passaggio chiave per la costruzione della sua presenza scenica si consuma a metà degli anni Cinquanta nell’ambito della commedia, dove la direzione di Dino Risi permette a Loren di esprimere una comicità dirompente e moderna. Nel 1955, con Il segno di Venere e Pane, amore e…, l’attrice misura il proprio talento con il registro brillante, dimostrando come la bellezza non sia per lei una posa passiva, ma una maschera comica usata con straordinaria intelligenza scenica. In Il segno di Venere Risi costruisce la commedia su due personaggi estremamente diversi, una è Agnese, interpretata da Loren, prorompente, bellissima, l’altra è Cesira, interpretata da Franca Valeri, più grande e dall’aspetto comune, addirittura dimesso. Le due vivono insieme e sono anche cugine, la prima napoletana, la seconda milanese, si troveranno a dover sciogliere nodi e a vivere una commedia degli equivoci da cui emergeranno i caratteri di queste due donne. In Pane, amore e…, nei panni di Sofia la “smargiassa”, Loren prende l’eredità della saga popolare e la fa sua con fisicità e ironia travolgenti. Celebre è la scena del mambo ballato con Vittorio De Sica: lontano dall’essere una semplice esibizione decorativa, diventa la rivendicazione di un potere seduttivo consapevole e mai subalterno, in cui è Loren a dettare il ritmo e l’energia della sequenza – ed anche della storia. Risi intuisce la capacità di gestire i tempi comici con la stessa precisione e naturalezza con cui avrebbe poi affrontato la tragedia, confermando come il suo talento non conosca steccati di genere.
Sophia Loren: Una giornata particolare, il sodalizio con Marcello Mastroianni, la capacità di togliere per andare al punto

“Sono sempre gli uomini che riempiono i libri di storia, no?”
“Sì, sì… Forse anche troppo. Così non c’è spazio per nessuno, e tantomeno per le donne”
Il successo continua negli anni ’70. Nel ’77 è Antonietta, la protagonista di Una giornata particolare di Ettore Scola, ancora una volta al fianco di Marcello Mastroianni, compagno di lavoro e sodale, incontrato nel 1954 in Peccato che sia una canaglia di Alessandro Blasetti. La loro intesa è profonda. Insieme hanno raccontato le contraddizioni del dopoguerra, le nevrosi dell’Italia del boom economico, partendo da Peccato che sia una canaglia appunto, passando per La fortuna di essere donna (Blasetti, 1956), culminando con Una giornata particolare. Rappresenta una maturità espressiva, una scommessa radicale, una svolta decisiva. Antonietta è il perno etico, emotivo e visivo su cui poggia l’intera impalcatura.
Scola fa incontrare un uomo e una donna, gli unici “superstiti”, anche se per motivi diversi di quell’edificio. Antonietta e Gabriele (Mastroianni) si conoscono per caso, iniziano a parlare e si innamorano, lei moglie e madre, lui omosessuale. Scola prende questa storia e la immerge nel periodo fascista, ha scelto da una parte il più grande simbolo di bellezza, energia e sensualità del cinema italiano e la spoglia di qualsiasi artificio divistico, dall’altra il latin lover per antonomasia e gli fa interpretare un omosessuale dichiarato.
Privata del trucco, avvolta in un grembiule liso e sbiadito, con i capelli raccolti il volto segnato dalla fatica quotidiana, Loren costruisce il personaggio lavorando per sottrazione. È una scelta rischiosa, che solo un’attrice di immensa consapevolezza può permettersi. In quell’attico romano svuotato dalla parata fascista del 6 maggio 1938, Antonietta incarna la tragedia invisibile della donna del regime: una madre di sei figli ridotta a serva domestica, plagiata dalla propaganda ed emarginata dalla storia. L’attrice traduce tutto questo in ogni cellula del suo corpo, nello sguardo spento e nella rassegnazione che traspare da ogni gesto. Nel confronto con Gabriele, è lei a guidare la danza emotiva: è la sua curiosità, il suo bisogno viscerale di un contatto umano autentico a spezzare l’isolamento dell’uomo e a far emergere la verità di entrambi. Loren e Mastroianni reggono il film con una recitazione fatta di silenzi, sguardi smarriti e micro-espressioni che raccontano una solitudine abissale. Non c’è traccia della popolana sfacciata o della diva esuberante: c’è solo un’attrice immensa che dimostra come la propria centralità nel cinema non sia legata all’avvenenza fisica, ma a una spaventosa capacità di penetrare l’animo umano.
Sophia Loren: un’attrice capace di raccontare un mondo, una donna che ha conquistato Hollywood non omologandosi mai

È con questa consapevolezza e con questa presenza scenica che Sophia Loren conquista Hollywood. Molte attrici europee rischiavano di essere omologate o ridotte a comparse decorative nei kolossal americani, lei impone la propria statura di diva assoluta. Lavora a fianco dei giganti dell’epoca — da Cary Grant a Charlton Heston, da Frank Sinatra a John Wayne — e viene diretta da maestri come Anthony Mann, Sidney Lumet, Charlie Chaplin, Boris Sagal, Martin Ritt, George Cukor, Henry Hathaway, senza mai farsi mettere in ombra. Non è lei ad adattarsi all’America, è Hollywood che deve piegarsi al suo carisma mediterraneo. Loren incarna la donna libera, indipendente anche se è moglie, anche se è madre. Con il suo passo sicuro, con i suoi occhi vivi, è capace di condurre il gioco, lei è consapevole del proprio corpo, della sua carica e non si vergogna di ciò. Non è ridotta a “bellezza esotica”, a comparsa decorativa, lei impone le proprie regole. La sua grandezza internazionale risiede proprio in questa ostinata regalità: l’aver dimostrato che si può conquistare l’Olimpo del cinema mondiale da protagoniste assolute, senza mai svendere la propria identità.






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