Digger: recensione del film di Alejandro González Iñárritu

Digger recensione nonsolofilm.it

“Le parole sono percezione e la percezione è realtà”, urla in faccia il magnate del petrolio Digger Rockwell a uno spaventatissimo vicepresidente degli Stati Uniti d’America. E, difatti, Digger è un film sulla realtà – o meglio – sulla percezione di essa, su cosa è vero e cosa no, su cosa i nostri occhi possono effettivamente credere oppure essere ingannati. C’è un po’ di tutto in questo delirante, esagerato, pantagruelico film di Iñárritu, un sistema di scatole cinesi in cui la narrazione si contorce fino a perdere un po’ il filo del discorso, ma senza mai smettere di essere meravigliosamente fastidioso al punto giusto. In questo viaggio vorticoso all’interno di un film che naviga tra i generi (commedia? apocalittico? distopico? satirico?), svetta uno strepitoso Tom Cruise, irriconoscibile grazie a un lavoro sul corpo e sulla voce che segna una delle sue migliori interpretazioni sul grande schermo.

Digger parla spudoratamente alle storture dei nostri tempi. Il protagonista, Digger Rockwell, è un magnate del petrolio, avido, viscido, ma anche profondamente astuto e intelligente. Una catastrofe ambientale imminente, causata dalle sue società petrolifere, innesca una profonda crepa nella martoriata e sfruttata Groenlandia, attivando un gigantesco iceberg diretto verso il Nord Europa. È un disastro senza precedenti per la storia dell’umanità. A correre ai ripari – per così dire – c’è un attempato Presidente degli Stati Uniti (un meraviglioso John Goodman) a chiedergli l’impossibile: salvare a tutti i costi il pianeta dalla voragine che lui stesso ha scavato.

È un po’ una corsa contro il tempo, che evoca il recente Don’t Look Up, mentre il disastro incombe e una classe politica inadeguata, caricaturale e grottesca si riunisce intorno al tavolo di gabinetto. I corpi, i suoni, le gestualità delle alte cariche istituzionali sono goffe, maldestre, il richiamo al Dottor Stranamore è evidente. I parallelismi con l’attuale amministrazione Trump sono innumerevoli (la scena in cui il Presidente americano invoca la fede del Signore grazie ai poteri del suo pastore evangelico è un esempio di metacinema). La figura degli scienziati, costantemente bistrattata e sminuita, è una presenza importante nel film. Il capo della sicurezza ambientale, il dottor Danesh (un ottimo Riz Ahmed), intrattiene senza dubbio il rapporto migliore del film con Rockwell: portatori di istanze diverse, un uomo di scienza da una parte e un ricco imprenditore dall’altra, finiranno per scontrarsi e incontrarsi più volte nel film.

Digger e la geopolitica: tra Trump, Europa e crisi della verità

Senza finire nella trappola dello spoiler, Digger è un film che guarda anche a The Truman Show, debitore per certi versi di una costruzione “teatrale” della messa in scena. Per Iñárritu, il palcoscenico diventa il luogo ideale per far muovere i suoi personaggi. Già come in Birdman e in Bardo, ben presto lo spettatore deve fare i conti con un ideale velo di Maya da squarciare per entrare dentro una narrazione nella narrazione. Una confusione tra realtà e finzione che è un po’ il grande tema del XXI secolo.

Dov’è lo spazio della verità oggi? Chi guida la narrazione? Rockwell non ha paura di puntare il dito contro lo scienziato Danesh per intimargli: “Ti sto dando il permesso di dire la verità!”. E lì ci si rende conto che, per quanto Digger possa essere un film eccessivamente vorticoso, a tratti confusionario, apre un discorso centrale della nostra epoca. Chi controlla la narrazione controlla di fatto la realtà, anche se di fronte a essa esistono fatti inoppugnabili.

Il monologo di Tom Cruise, alias Digger Rockwell, in un Consiglio Europeo inferocito, in cui i politici sembrano essere più delle anime dantesche, tutte vestite di grigio e urlanti, in cui le migliaia di voci si perdono fino a smarrirsi, è un j’accuse contro l’ipocrisia dei giorni nostri. Rockwell non ha paura di dire davanti a tutti la sua verità: che il costo della “libertà” dei privilegi occidentali è un costo troppo grande a cui nessuno vuole rinunciare. In primis, gli europei.

Così il film sfocia nella geopolitica: si evoca il pericolo dell’alleanza russo-cinese che minaccia lo status quo. Si attacca il continente europeo, accusato dal magnate di aver dormito troppi sogni tranquilli mentre il Paese a stelle e strisce combatteva guerre, estraeva il “regalo di Dio più potente”, ovvero il petrolio, e nel frattempo gli Stati europei non facevano altro che accapigliarsi a vicenda. L’ottavo film di Iñárritu mette sul tavolo tanti temi – forse anche troppi, lambendone alcuni un po’ troppo in superficie – e resta tuttavia uno dei film più importanti dell’anno, con cui, volenti o nolenti, bisogna scontrarsi.

Digger è al cinema dall’1 ottobre 2026, distribuito da Warner Bros. Italia.

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Recensione

Regia—4,5
Sceneggiatura—3
Fotografia—4,5
Recitazione—4,5
Sonoro—4,5
Emozione—3
Media finale
4/5
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